sabato 12 febbraio 2011

Freedom in a twit

"La potenza della dignità umana".  Con questo Barack Obama ha identificato la rivoluzione egiziana di questo inverno. La rivoluzione di Piazza Tahir, che sicuramente otterrà un posto nelle prossime edizioni dei libri di storia: "il popolo ha parlato" e ha ribaltato una dittatura trentennale ed uno status quo che sembrava inscalfibile fino ad un paio di mesi fa. L'Egitto: spiaggie cristalline e immersioni, piramidi e mummie, immigrazione verso l'Europa, guerra del kipppur e negoziazioni, kebab e baklava in pausa pranzo. Questo era per noi occidentali il Paese attraversato dal Nilo. I suoi abitanti ci hanno raccontato il contrario in queste settimane. l'Egitto è, appunto, dignità umana. La parte più entusiasmante del racconto sono i suoi protagonisti: giovani. Intellettuali, lavoratori, donne - velate, ma donne - il comune denominatore tra loro è la data di nascita relativamente recente. La loro vittoria, accolta con un sorriso dal Presidente Obama, è una vittoria condivisa da tutti quelli che si chiedono giornalmente se sia poi così scontato che valga la legge del più forte, del più corrotto, del più ricco e soprattutto, del più vecchio. In Piazza Tahir non è andata così. Gli Stati Uniti non hanno giocato la parte dell'azionista di maggioranza ma la parte dell'osservatore dalla parte della democrazia - quella vera: che deriva dal greco demos, che significa popolo; non da ploutos, che significa ricchezza. E che implica di conseguenza che sia conquistata dalla gente e non da una lobby petrolifera estera che tenta disperatamente di mettere le mani su giacimenti di un Paese straniero*. Non ha vinto il più ricco ma il più sfruttato, il più giovane, il più svelto a comunicare con i social network, il più irriverente. Per ora la rivoluzione non ha escluso le donne, non ha assunto le forme di un jihad, non ha immeggiato alla distruzione di nessuno, ma all'evoluzione interna, all'emancipazione. Tutto il mondo resta ora con il fiato sospeso per capire come si muoverà lo scacchiere mediorientale ora che l'Egitto è libero di decidere: tutti ci auguriamo nel più equo dei modi per tutti, israeliani inclusi ovviamente. Per ora, però, noi giovani irriverenti, stufi marci di essere giudicati bamboccioni, idioti, senza principi perchè pieni di piercing, lobotomizzati dal web, ci godiamo la brezza rivoluzionaria che arriva dal Mediterraneo.

domenica 30 gennaio 2011

Vento di Primavera (La Rafle)

A volte le parole sono superfle. E non sufficienti. Come nel caso di un film che ci ricorda quanto l'essere umano può essere crudele. Vento di Primavera è la versione cinematografica dei versi indimenticabili di Primo Levi. "Meditate, che questo è stato": questo sembrano gridare le immagini che si avvicendano sullo schermo. Storia poco nota della retata nazista di ebrei francesi, detenuti al Vélodrom d'hiver prima della deportazione definitiva: quello che sconvolge è la totale assenza di invenzione, si tratta di fatti realmente accaduti purtroppo. Rose Bosch, la regista, non ha fatto che "leggere" un capitolo vero della storia di Francia e d'Europa. Nella Parigi occupata, sono troppi gli ebrei ben inseriti, secondo le forze naziste, che già progettano l'atrocità dei "campi d'oriente" - i lager - tragicamente noti alla storia. Il maresciallo Pétain asseconda i tedeschi: più di ventimila persone di tutte le età sono consegnati a tavolino nelle mani delle forze d'occupazione. Prima evacuati dalle abitazioni, poi "depositati" temporaneamente al Velodrom e poi imbarcati sui treni per la Polonia. Il tutto senza batter ciglio, senza una considerazione, senza uno scrupolo di coscienza: dialoghi diplomatici su modalità e dettagli dello sterminio si intercorrono tra Parigi e Berlino, come se si parlasse di soldatini. Le decisioni dei "piani alti" si riversano come una lastra di ghiaccio sulle vite dei bimbi di religione ebraica che vivono a Parigi. Con le loro famiglie subiscono il corso perverso della storia, vedendolo con gli occhi dell'infanzia. Occhi incontaminati, che sono costretti a crescere di corsa, al passo selvaggio della follia hitleriana. Joseph, dieci anni, sveglio come il padre Schmuel, curioso.
Simon, che avrebbe bisogno di cure mediche e di essere incoraggiato ad uscire dal guscio della timidezza.
Ed il piccolo Nonò, dolcissimo con i suoi occhioni azzurri e troppo piccolo per capire.
L'atrocità del piano hitleriano investe anche i francesi che assistono impotenti al consumo della retata: i vicini di casa, i colleghi, le infermiere che assistono i bambini. in particolare la giovane Annette, che cerca di addolcire l'esperienza infernale dei più piccoli e si oppone fino alla fine ad una storia già scritta.
Ma queste sono soltanto parole, incolonnate ordinatamente una dopo l'altra, che non possono spiegare, non possono descrivere, né far lontanamente provare quel senso di angoscia e impotenza che lascia questo film. Il dolore dei bambini si incolla al cuore. Non ho vocaboli sufficienti e non me la sento di andare oltre.
"Meditate che questo è stato".

Il Maghreb in fiamme raccontato a un bambino




C'era una volta un popolo di medici, ingegneri e architetti. Avevano costruito edifici grandiosi, di forma piramidale, che sopravvivevano al passaggio dei secoli, maestosi. Avevano per primi introdotto e applicato l'algebra e i numeri, rivoluzionando il modo di contare in tutto il mondo. Avevano imparato ad osservare le stelle e la natura in modo da conoscerne il funzionamento.Si trattava della disciplina chiamata fisica, che permetteva loro di inventare oggetti e strumenti di ogni tipo. Era una popolazione colta e orgogliosa, che conservava il proprio sapere in una biblioteca enorme, la più grande del mondo, zeppa di libri su ogni argomento. Ma poi arrivarono gli eserciti con le loro schiere di generali da Paesi lontani, che dicevano di voler "proteggere" il loro Stato, fu così che la popolazione iniziò a vivere in un Protettorato. Ci furono guerre, ci furono avvicendamenti e un bel giorno il popolo riconquistò la libertà. Ma le scuole erano ormai poche e non era così semplice lavorare, il popolo era sempre più povero e non aveva mezzi nemmeno per sopravvivere. Nonostante le figure faraoniche che si avvicendavano alla guida dello Stato dicessero che tutto andava per il meglio, la povertà aumentava. I più giovani iniziavano a partire per l'estero e tornavano in estate
, su auto scintillanti cariche di ogni bene per le loro famiglie. La situazione per chi rimaneva, invece, peggiorava: l'ultimo faraone non sembrava interessato alla mancanza di lavoro del popolo né del fatto che i suoi bambini non avessero vestiti caldi e puliti, né scarpe e tantomeno scuole sicure. I più piccoli sempre più spesso giravano scalzi ed erano costretti a lavorare. Il faraone, però, era ritratto spesso sorridente e ben vestito vicino ai potenti della Terra. Le immagini riempivano i giornali e le televisioni. Nel suo palazzo c'erano meraviglie e ricchezze di ogni tipo, molte più di quelle di cui parlavano quelli che rientravano d'estate. Gli anni passavano ed i più fortunati riuscirono a comprare un computer. Quel parallelepipedo scuro apparentemente privo di vita, era in realtà animato dalla rete volante. Si trattava di un intreccio invisibile che rimbalzava da un computer all'altro portando messaggi e ricongiungendo le persone, che fossero al Cairo, ad Alessandria o a Ismailya. E oltre il mare, dove vivevano quelli che se ne erano andati in cerca di fortuna. Attraverso la rete volante, quella scatola di metallo mostrava loro altre realtà: più dignitose e libere, dove le persone potevano esprimere le loro idee, leggere, scrivere, pensare e i bambini andare a scuola, giocare, imparare e a loro volta esprimere idee e fare progetti. La rete permetteva loro di parlarsi, con la protezione di quello schermo, e dirsi quello che pensavano veramente, senza paura di essere giudicati. Si iniziarono a domandare perchè le cose non potevano tornare come tanto tempo prima: quando costruivano edifici meravigliosi e inventavano strumenti inimmaginabili. Si dissero che forse se avessero unito le forze e avessero espresso le loro idee, qualcosa poteva mutare. Insomma, si doveva prendere il coraggio e chiedere al faraone un cambiamento che permettesse alle persone di dire la loro. Il faraone non voleva sapere di allentare le briglie e concedere al popolo il diritto di scegliere un nuovo governo: troppa era la paura di perdere i privilegi e quel palazzo meraviglioso in cui si era barricato, lontanissimo dalla realtà misera in cui viveva la gente. La rete volante, intanto, mostrava al popolo che anche nei Paesi vicini le cose non andavano bene. I problemi erano gli stessi e l'unica speranza era rivoltarsi. Dovevano farlo tutti insieme, alla stessa ora dello stesso giorno. Sulla rete le parole rimbalzavano impazzite e volavano da un capo all'altro del Paese: dalle piramidi, al grande fiume che attraversava la capitale, alle spiaggie adagiate sul Mediterraneo. "Domani in piazza Tahir", quel messaggio viaggiava ai quattro angoli del Paese e così fu. Il faraone, non appena si rese conto delle proporzioni della rabbia della gente, tentò di improgionare la rete volante: la colpevole che strizzando l'occhio alla gente, portava messaggi di rivolta veloce come il vento sahariano. Una notte d'inverno la oscurò in modo che la gente non potesse più parlarsi. Era tardi. Il popolo era infuriato e non intendeva fermarsi: il faraone doveva lasciarli liberi di decidere del proprio futuro, niente li avrebbe fermati, nemmeno l'assenza della rete. Sarebbero andati di strada in strada, di porta in porta, per ritrovarsi tutti nello stesso punto, alla stessa ora dello stesso giorno. La loro rivolta al grido "libertà" durò tre giorni e tre notti.  

Come uno dei racconti con cui Sherazad, sopravvisse mille e una notte conquistando l'amore dello sceicco persiano a cui era andata in moglie, la fiaba del popolo egiziano si interrompe, ma solo per questa notte. La conclusione verrà presto scritta dalla storia.

sabato 15 gennaio 2011

The Cranberries - Dreams (Live in Paris - 1999)






....come diceva Calderon de la Barca...la vita è un sogno, il sogno è la vita.

giovedì 13 gennaio 2011

American Life (Away we go)

Sam Mendes torna a distanza di parecchi anni dal successone American Beauty, con un film scoppiettante. Trama freschissima, cast giovane, protagonisti adorabili. E' la storia della new generation americana, ma - potere della globalizzazione - si potrebbe estendere il racconto all'Occidente in senso più ampio.
Maya Rudolph (una dolcissima e sveglia Verona) e John Krasinski (fenomenale nell'intepretazione di Burt) sono una coppia giovane in attesa del primo figlio. La notizia della gravidanza di Verona scuote la serenità in apparenza infantile" della coppia. Cercare casa. Questo è il compito che i due ragazzi si prefiggono nel paio di mesi che precede l'arrivo della piccolina. Una "casa" che sia a misura di bambino e di adulto. Che permetta loro di avere una vita di affetti, che sia, insomma, il più accogliente possibile. Il loro viaggio li porta agli estremi opposti della sterminata America: da Tucson a Montreal. Ad ogni tappa, Verona e Burt incontrano amici o parenti, che non vedevano da tempo. Ognuno di loro ha cercato di costruirsi una propria dimensione, in un mondo che ormai è lanciato verso il relativismo più totale: c'è chi cresce i figli a suon di patatine e tv, per sentirli il meno possibile, c'è chi - come reazione all'anaffettività totale della società di oggi - cerca serenità nei precetti orientali di amore continuo di sapore hippy. C'è chi, come il fratello di Burt, vede naufragare il proprio progetto di vita ed attraversa un divorzio o un abbandono. Da questo viaggio, Verona e Burt capiscono che la vera sfida è trovare un equilibrio, fatto di compromessi e lotte quotidiane. E paradossalmente, trovano la strada verso la loro vita nella normalità: una casa - normale - con un giardino - normale - in un piccolo paese - normale. Insomma, tutto quello che per la loro (la mia) generazione sta diventando così irrealizzabile e utopico, da sembrare la più desiderabile delle condizioni.
Se si ricorda per un momento American Beauty, si intuisce il cambiamento sostanziale che nel giro di un paio di decenni ha stravolto le cose: desiderabile, per la generazione di quarantenni protagonista di American Beauty, era l'eccesso. Desiderabile, per la generazione di chi ha appena trent'anni (o meno..), è la normalità: proprio quella normalità che con la seconda Grande Crisi si rischia di non trovare mai.

lunedì 10 gennaio 2011

Somewhere

A settembre decisi di non andare al cinema a vedere il film che aveva vinto il Leone d'oro. Dalla trama mi sembrava la classica pellicola su cui fare il classico arbitraggio: Blockbuster batte cinema di un buon paio di euro se non di più. Ragionamento doveroso in tempi di crisi economica, espansione dei multisala e proliferazione di commedie trash e colossal al limite del guardabile.
Mi ero fatta un'idea forse peggiore della realtà sul film diretto dalla signora Coppola, certo è però, che non valeva assolutamente un biglietto per il cinema, specie se nel weekend.
Film che vorrebbe essere impegnato, ma non ci riesce. Stephen Dorff interpreta John, un attore californiano che vive la vida loca della Los Angeles dei quartieri alti (ammesso che a Los Angeles esistano i bassi, non credo). Risiede nella suite di un hotel a numerose stelle, dove organizza festini a base di coca e sesso.
Non proprio il top dell'effetto sorpresa, insomma. Lo spettatore medio inizia a guardare l'orologio dopo il primo quarto d'ora di proiezione.
John ha una figlia adolescente che vede di rado e di cui non conosce quasi nulla. Cleo (Elle Fanning) un bel giorno si presenta alla porta del padre, dicendo che sua madre se n'era andata per qualche giorno. E i due mondi, paralleli ino a quel momento, si intersecano come due viali ad un incrocio stradale. John scopre a poco a poco le esigenze della ragazzina: rinuncia a festini erotici con fotomodelle, limita le sbronze, cerca di farla mangiare. Cosa vi viene in mente? Forse qualche miliardo di altre commedie statunitensi?
Il tempo trascorso con Cleo permette a John di pensare alla propria condizione ed al fatto che la sua vita non ha troppo senso o quanto meno troppa utilità. Quando la figlia parte per il campo estivo, John si trova nuovamente solo, in una stanza di hotel, a scegliere a quale festa andare, con che completo D&G, se con una bionda o una bruna. Insomma, c'è di che andare in depressione. E questa forse è l'unica nota salvabile e profonda di un film che obiettivamente non scorre, non cattura, non indigna, forse annoia, ma nemmeno quello al punto da farti alzare a metà. Perchè se c'è una cosa vera è che i veri sconfitti sono quelli che, come John, si fanno fumare il cervello da qualche secondo o più di gloria, potere o denaro. E deve essere obiettivamente mostruoso voltarsi indietro e capire che la propria vita è stesa sul fondo di un bidone della spazzatura, nonostante si avessero avuti tutti i mezzi per renderla splendida.
Questo credo sia stato il messaggio (ufficiale) per cui il film ha ottenuto il Leone d'Oro (soprassiedo su quali penso siano stati i messaggi ufficiosi...). Anche questa volta, sul cinema, Cannes batte Venezia, Francia batte tutti. E di larga misura.

domenica 9 gennaio 2011

sabato 8 gennaio 2011

Mail a destinatari nascosti

Salam Alaikum amici.
Il sole sta sorgendo a Sidi Bouzid. Il ché è uno degli spettacoli più belli del mondo, anche se non è incluso nella lista dei patrimoni dell'umanità. Certo, perchè chi cazzo conosce Sidi Bouzid all'UNESCO?
Ricordo in particolare un'alba: quella che vedemmo in cinque, dopo la festa per la nostra laurea. Chi era presenta ora probabilmente sentirà un moto di commozione. Eravamo ubriachi d far schifo, am di gioia. E intontiti per la musica, il fumo e tutti i complimenti hce avevamo ricevuto. Ce l'avevamo fatta: noi, dal più remoto posto di una delle più remote nazioni, ci eravamo laureati. Alla faccia di Wall Street, e di Oxford e tutto il resto. Ora tre di noi sono a Parigi a fare i netturbini sotto la pioggia e a ricevere gli insulti di chi è nato dalla parte giusta del mondo. E gli altri due, bhé...noi non riceviamo insulti e vediamo la pioggia alla televisione del caffé sulla piazza, quando abbiamo i soldi per una bibita gasata. E siamo nel nostro paese, qui, in culo al mondo: nemmeno vicino al mare per prendere un di quelle navi della speranza o della morte -che dir si voglia-per tentare di raggiungere Lampedusa. E quell'emozione che abbiamo provato, all'alba del giorno dopo la nostra laurea, quando pensavamo che forse noi cinque avremmo fatto la differenza, bhé...quell'emozione è più sbiadita di una vecchia fotografia. Tanto sbiadita da essere a malapena un ricordo. Vi abbraccio amici, voi che siete qui a chiedervi perché esistete, se tanto non avete futuro e voi, che raccogliete l'immondizia parigina e che forse vedete nelle vite dei passanti ben coperti nei loro cappotti quel futuro che abbiamo sognato. Vi abbraccio e vi auguro, a tutti, un po' di quel futuro, almeno gli avanzi, almeno quel poco per rendere la vita degna. Non ci sarò, tra tanti al caffé sulla piazza, come ci eravamo ripromessi davanti a quell'alba lontana: a fumare insieme con i capelli bianchi e tirare le somme. No, non ci sarò, perchè dovrei raccontare di aver fatto il venditore ambulante. Sì, è così. A questo mi è servito laurearmi: a fare il venditore ambulante in un paese di morti di fame, dove non esiste nemmeno la pietà del primo mondo a garantirti un kebab ogni tanto. E poi vi dovrei raccontare che un giorno di metà dicembre mi hanno sequestrato quelle poche cianfrusaglie che cercavo di vendere invano. Eh sì, vi racconterei che sono un abusivo. Mi resta abbastanza dignità per evitarvi tanta tristezza. Vi abbraccio, amici, che il vento vi porti, come recitava quella canzone che tanto amavamo nel periodo dell'università. Che il vento ci porti.

NdR: il 17 dicembre Mohamed Bouaziz si è dato fuoco. Era laureato e faceva l'ambulante. La polizia gli ha sequestrato la merce. Da questo episodio terribile sono scoppiate proteste in tutta la Tunisia. Notizia di oggi del Corriere, che riporta inoltre di scontri pesanti in Algeria per il pane. Questo nei primi giorni del 2011. In pratica sta succedendo quello che aveva scritto il Manzoni nei Promessi Sposi. Solo che era ambientato nel Seicento, se non ricordo male. Queste righe sono dedicate ai giovani che ora sono dall'altra parte del Mediterraneo. Che sono come me: sognano, leggono, si incazzano, sono innamorati o soffrono per amore, piangono di rabbia, si stupiscono. Ma sono dall'altra parte di un fottuto braccio di mare e arrivano al punto di meditare gesti folli, disperati, come quello di Mohamed.


http://www.corriere.it/esteri/11_gennaio_07/scontri-nord-africa_ef234728-1a6d-11e0-91c1-00144f02aabc.shtml

lunedì 27 dicembre 2010

You will meet a tall dark stranger

Cercherò di essere obiettiva. Lo prometto.
Woody Allen torna a Londra, dopo la (magnifica) interruzione newyorchese di Whatever works, con un cast altisonante: Antony Hopkins, Naomi Watts, Freida Pinto, Josh Brolin. E un seducentissimo Banderas (lo so, avevo detto obiettiva...). Il film analizza l'illusoria dinamica dell'amore eterno e del rapporto di coppia, di cui gli esseri umani si ostinano a non concepire la limitatezza temporale. Una coppia in piena crisi di terza età esplode nel momento in cui Alfie si rende conto di essere invecchiato e cerca di aggrapparsi alla vita che sente sfuggire abbandonando la moglie per una compagna giovane, bella, texana o di analoga provenienza, e rimasta a qualche passo prima dell'homo sapiens nella catena evolutiva. Helena reagisce alla rottura del matrimonio trovando conforto nei tarocchi ed in una spiritualità di dubbio gusto, ma apparentemente efficace. Problemi sentimentali anche per la figlia Sally, una brillante esperta d'arte che lavora in una prestigiosa galleria di proprietà del bel Greg (ovviamente Banderas): il marito, Roy, dopo aver pubblicato un romanzo, cerca di scongiurare il rischio di diventare una meteora tentando di impostare un nuovo romanzo. L'equilibrio fragile dei due viene incrinato quando Roy nota la seducente dirimpettaia, che suona la chitarra alla finestra indossando sempre qualcosa di rosso. Anche Sally, tuttavia, non si rivela propriamente la moglie innamorata e felice che raccontano le favole. E come esserlo, quando si lavora con Antonio Banderas? Greg sta divorziando dalla moglie e confida all'assistente i tormenti che sta attraversando. Eros, nel frattempo colpisce con i suoi strali anche Helena, che ritrova la felicità perduta con il proprietario di una libreria specializzata in testi esoterici. Scoppia invece l'improbabile coppia Alfie-Charmaine, i cui dialoghi surreali ricordano alla platea che si è pagato un biglietto convinti di vedere un Allen (sì, sì, obiettiva..scusate!).
Roy e Sally, giunti al capolinea, decidono di lasciarsi. Lui, dopo un lungo corteggiamento, conquista il cuore della musicista vestita di rosso. Lei confessa i suoi sentimenti a Greg, che da buon "bello e impossibile" nel frattempo trova consolazione tra le braccia di un'artista parecchio maudite.
La pellicola non sarebbe male, se fosse di un altro regista. Sinceramente, dopo Whatever works, noi alleniani convinti avevamo intravisto il ritorno a quel quell'ironia tagliente, atea e materialista che tanto amiamo. A quella New York frenetica e multiforme che è habitat naturale dei film di Woody, molto più della glaciale Londra: troppo ingessata, troppo scontata, troppo poco sfacciata per noi puristi. Insomma, ma dove è finito il Woody che avrebbe corso le presidenziali francesi con il motto "cinismo, sarcasmo e orgasmo"? E che probabilmente, avrebbe avuto ottime chance di vincere?

martedì 12 ottobre 2010

Surrealismo cipriota

Autobus (I)
Viaggiatore : "Scusi, a che fermata devo scendere per andare al sito si paleia Amathus?"
Autista: "Vedi quella fermata dal lato opposto della strada? Lì devi aspettare l'autobus del ritorno"
Viaggiatore: "Ok, grazie. E ora scendo alla prossima, giusto? Il sito è indicato a sinistra..."
Autista: "Stai scherzando filemou? Saranno almeno duecento metri di salita, faccio una deviazione e ti scarico all'ingresso endaxi?"

Autobus (II)
Viaggiatore: "Scusi qual'è l'autobus per la spiaggia".
Inserviente al punto informazioni: "Quale spiaggia?".
Viaggiatore: "Bhè, non saprei...una spiaggia".
Inserviente al punto informazioni: "Una bella spiaggia?"
Viaggiatore: "Bhè, sì. Una spiaggia di quelle dove andreste voi a fare un bagno".
Inserviente al punto informazioni: "Io andrei sicuramente alla Mckenzy beach, se non dovessi lavorare".
Viaggiatore: "Con che autobus ci si va?"
Inserviente al punto informazioni: "Con il 61, ma passa tra quattro ore. Per questo ora sto lavorando. Tra quattro ore, prendo l'autobus e vado alla Mckenzy".
Viaggiatore: "Mi sembra logico. Bhé, io allora ora cammino e tra un'oretta arrivo alla Mckenzy".

Bussola
Viaggiatore: "Signomi, mi sono perso. Devo andare alla stazione delle corriere, che strada conviene prendere?"
Passante: "E' lontano, conviene prendere il taxi"
Viaggiatore: "Il taxi? Ma a piedi quanto dista?".
Passante: "Di dove sei? America?".
Viaggiatore: "Milano, Italia".
Passante: "Italia?? guarda, la stazione è sempre dritto a cinque minuti da qui, anche io ci sto andando. Sempre dritto, non è lontano".
Viaggiatore: "???!!!".
Passante: "Voglio dire, non è lontano per noi, per gli Americani, lo è".

Hotel
Viaggiatore: "Iassu, mi fa un caffé?"
Receptionist: "Certo, vieni al bar. Come lo faccio? Espresso?"
Viaggiatore: "No, facciamo cipriota? Gliko"
Receptionist fa bollire il caffé compiaciuto.
Viaggiatore: "Scusi, mi indica un negozio di dischi, para kalo"
Receptionist: "Musica? Bhé, qui in centro direi..."
Viaggiatore: "Intendo, per comprare un cd di rembetika"
Receptionist (alzando il telefono): "Ti piace la laika musiki? Ora ci penso io"
Viaggiatore: "???!!!".

Receptionist (dopo una conversazione in greco al telefono): "Allora, il negozio si chiama Iannakis Rembetika house. Dal vecchio porto antico, prendi il vicolo dopo il kafeneion greco - quello con il cameriere con i baffi e un'ancora enorme parcheggiata fuori dalla porta, poi prosegui .. diciamo cinquecento metri..sì, più o meno. E poi giri a destra, oltrepassi il negozio di icone, la panetteria e trovi il negozio. Ho chiamato per dire che sei mia amica. Iannakis è un amico. Ti fa un buon prezzo. Endaxi?"
Viaggiatore: "Endaxi, euXaristo..ma, il nome della via, giusto in caso...?"
Receptionist: "Dal vecchio porto, il vicolo dopo il kafeneion. Poi a destra. Se ti perdi chiedi di Iannakis, io prendo tutti i cd che senti in saletta da lui. E anche le taverne prendono i cd da lui".
Viaggiatore: "Va bene, ho capito. Chiedo di Iannakis. Il caffé era ottimo - orea - quanto le devo?"
Receptionist: "Stai scherzando? Questo è da parte mia filemou".
Taverna (I)
Viaggiatore: "Kalispera, vorrei un kleftiko".
Cameriere: "Quello lo facciamo il martedì".
Viaggiatore: "Allora, arnou shish kebab".
Cameriere (iniziando ad angosciarsi): "No, quello lo facciamo il giovedì, mi dispiace".
Viaggiatore (con un sorriso): "Allora, prendo quello che c'è oggi, para kalo"
Cameriere: "Ottimo, oggi abbiamo l'afelia. Intanto la casa ti offre un assaggio di melanzane di halloumi grigliato. E anche qualche dolmadakia, il tuo zaino ha l'aria di essere pesantissimo".

Taverna (II)
Viaggiatore: "Scusi, questa è la taverna Mikri Maria? Questa qui, vede, che è segnata sulla mia guida".
Signora: "Sì, io sono Maria, ma purtroppo ho chiuso la taverna. Colpa della crisi. Ma entra, ora vendo vestiti, vede, tutta roba di classe".
Viaggiatore: "Che peccato! La guida diceva il kleftiko qui era spaziale!".
Signora: "Infatti lo era, vieni a vedere la cucina, c'è ancora il barbecue con il carbone". (Si sposta trascinando per mano il viaggiatore, in una cucina molto rustica, oltre il negozio di vestiti). Posso offrirti dei dolcetti all'halloumi e cannella, sono squisiti, l'halloumi viene dal villaggio, me l'ha portato stamattina mia figlia che è andata ai Trodos. Ecco, prendi, sì sì, è per te, ma no, non mi disturbi. Togliti pure lo zaino e accomodati. Cosa vuoi da bere? Una 7up o una Fanta? ".
Viaggiatore: "Bhè, una 7up. Signora, grazie sono buonissimi!".
Signora: "Un tempo la mia taverna era sempre piena. Sempre. E io non stavo sulla porta ad acchiappare clienti: erano loro a venire da me. Ma con questa crisi...aspetta, ti porto un po' di anguria. Da dove vieni, Stati Uniti?".
Viaggiatore: "Milano, Italia".
Signora: "Aaah! Italia". (Si allontana verso uno stereo ed inserisce un cd. Parte musica classica a tutto volume). Luciano Pavarotti!".
Viaggiatore: "....Già, bhè, allora io la ringrazio e la lascio alla sua musica"
Signora: "Grazie, grazie di essere passata. Aspetta, prendi la lattina, è ancora mezza piena!".