Salam Alaikum amici.
Il sole sta sorgendo a Sidi Bouzid. Il ché è uno degli spettacoli più belli del mondo, anche se non è incluso nella lista dei patrimoni dell'umanità. Certo, perchè chi cazzo conosce Sidi Bouzid all'UNESCO?
Ricordo in particolare un'alba: quella che vedemmo in cinque, dopo la festa per la nostra laurea. Chi era presenta ora probabilmente sentirà un moto di commozione. Eravamo ubriachi d far schifo, am di gioia. E intontiti per la musica, il fumo e tutti i complimenti hce avevamo ricevuto. Ce l'avevamo fatta: noi, dal più remoto posto di una delle più remote nazioni, ci eravamo laureati. Alla faccia di Wall Street, e di Oxford e tutto il resto. Ora tre di noi sono a Parigi a fare i netturbini sotto la pioggia e a ricevere gli insulti di chi è nato dalla parte giusta del mondo. E gli altri due, bhé...noi non riceviamo insulti e vediamo la pioggia alla televisione del caffé sulla piazza, quando abbiamo i soldi per una bibita gasata. E siamo nel nostro paese, qui, in culo al mondo: nemmeno vicino al mare per prendere un di quelle navi della speranza o della morte -che dir si voglia-per tentare di raggiungere Lampedusa. E quell'emozione che abbiamo provato, all'alba del giorno dopo la nostra laurea, quando pensavamo che forse noi cinque avremmo fatto la differenza, bhé...quell'emozione è più sbiadita di una vecchia fotografia. Tanto sbiadita da essere a malapena un ricordo. Vi abbraccio amici, voi che siete qui a chiedervi perché esistete, se tanto non avete futuro e voi, che raccogliete l'immondizia parigina e che forse vedete nelle vite dei passanti ben coperti nei loro cappotti quel futuro che abbiamo sognato. Vi abbraccio e vi auguro, a tutti, un po' di quel futuro, almeno gli avanzi, almeno quel poco per rendere la vita degna. Non ci sarò, tra tanti al caffé sulla piazza, come ci eravamo ripromessi davanti a quell'alba lontana: a fumare insieme con i capelli bianchi e tirare le somme. No, non ci sarò, perchè dovrei raccontare di aver fatto il venditore ambulante. Sì, è così. A questo mi è servito laurearmi: a fare il venditore ambulante in un paese di morti di fame, dove non esiste nemmeno la pietà del primo mondo a garantirti un kebab ogni tanto. E poi vi dovrei raccontare che un giorno di metà dicembre mi hanno sequestrato quelle poche cianfrusaglie che cercavo di vendere invano. Eh sì, vi racconterei che sono un abusivo. Mi resta abbastanza dignità per evitarvi tanta tristezza. Vi abbraccio, amici, che il vento vi porti, come recitava quella canzone che tanto amavamo nel periodo dell'università. Che il vento ci porti.
NdR: il 17 dicembre Mohamed Bouaziz si è dato fuoco. Era laureato e faceva l'ambulante. La polizia gli ha sequestrato la merce. Da questo episodio terribile sono scoppiate proteste in tutta la Tunisia. Notizia di oggi del Corriere, che riporta inoltre di scontri pesanti in Algeria per il pane. Questo nei primi giorni del 2011. In pratica sta succedendo quello che aveva scritto il Manzoni nei Promessi Sposi. Solo che era ambientato nel Seicento, se non ricordo male. Queste righe sono dedicate ai giovani che ora sono dall'altra parte del Mediterraneo. Che sono come me: sognano, leggono, si incazzano, sono innamorati o soffrono per amore, piangono di rabbia, si stupiscono. Ma sono dall'altra parte di un fottuto braccio di mare e arrivano al punto di meditare gesti folli, disperati, come quello di Mohamed.
http://www.corriere.it/esteri/11_gennaio_07/scontri-nord-africa_ef234728-1a6d-11e0-91c1-00144f02aabc.shtml
Viaggi, cinema, letteratura, racconti, mind gaming di una che "da grande" voleva fare la giornalista
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sabato 8 gennaio 2011
venerdì 24 aprile 2009
25 aprile sempre.
Era l'estate del 1944. Lontani dall'euforia provocata dall'Armistizio e ancora distanti dai giorni magici della Liberazione, l'afa di quelle giornate nelle campagne della Pianura Padana pesava come piombo sulle spalle. Gio', nome di battaglia Marinaio, osservava l'orizzonte dalle lenti del proprio binocolo: la radura che si estendeva fino al corso del fiume era attraversata da un silenzio profondo, sottolineato ulteriormente dai trentadue gradi umidissimi di quel pomeriggio.Si chiese quanto sarebbe durata ancora quella vitaccia. Aveva diciannove anni, da oltre quattro era iniziata la maledetta guerra, da uno era sfollato in campagna. Si trovava con quel gruppo di uomini per cercare di riappropriarsi di quello che era suo: il diritto di vivere, il Paese, la possibilità di tornare a casa sua. Non ne poteva più della nebbia d'inverno e della calura in estate, voleva rivedere il suo mare, che cazzo! Non odiava i fascisti, né i tedeschi: lui era un vero signore, nonostante non avesse un soldo bucato, non era capace ad odiare, non lo interessava la violenza. Voleva solo che si togliessero dai coglioni e lasciassero che la gente facesse la propria vita liberamente. Fissò la strada che si diramava oltre il fiume. Cosparsa di esplosivo dai compagni.
"Marinaio, qualcosa si muove all'orizzonte?", sussurrò alle sue spalle Fulmine, imbracciando un fucile più grosso di lui.
"Tutto fermo". Per fortuna, gli venne da pensare. Era il più giovane del gruppo, non gli affidavano armi e nemmeno le avrebbe volute. Giò non era per la violenza, voleva solo la fine della maledetta guerra, tornare a lavorare sulle navi, sposare la sua ragazza e potersi permettere di comprare le paste dolci la domenica mattina. Cannoli e marsalini, i suoi preferiti. Invece ogni giorno rischiava di non vedere più il suo mare per colpa dei nazisti schifosi, che tornassero a casa una buona volta, e lasciassero che loro ricostruissero il Paese, lavorassero, avessero figli e poi nipoti! Cercò di pensare a come sarebbe stato vivere così a lungo da avere dei nipoti: portarli al mare a nuotare, raccontare loro storie inventate per vederli stupiti, insegnar loro che il bene più prezioso è la libertà e la vita. Qualcosa si muoveva all'orizzonte, cazzo, si vedeva qualcosa, era il commando tedesco che sapevano sarebbe passato. Trattenne il respiro. "Se diventerò vecchio abbastanza da avere nipoti, racconterò loro che da giovane pescavo tonni lunghi un metro e mezzo, altro che guerra!".
"Ma nonno, il tonno l'avete mangiato dopo? O l'avete rimesso in mare?". Gli occhi sgranati di quella bimba bionda, con la faccia sporca di gelato al cioccolato, lo intenerivano sempre, quando arrivava al termine di un racconto, ma si tratteneva dal ridere per mantenere la credibilità della storia. "Fulmine, il mio amico, che lo chiamavano così perchè correva veloce, lo rimise in mare".
"E tu, nonno? Ti chiamavano Giò o avevi un soprannome?".
"Mi chiamavano il Marinaio, perchè parlavo sempre delle navi su cui lavoravo da ragazzo. E quando mi pagavano due lire, sai cosa facevo io?".
"Certo nonno! Andavi a comprarti le paste dolci!". Disse la bimba bionda, una delle sue nipoti, soddisfatta di sapere la risposta a quella domanda del vecchio Giò.
venerdì 13 febbraio 2009
Panta rei
Lo sguardo fisso sui sei monitor di fronte a lei, si trovava mentalmente a tantissimi kilometri di distanza. Il cellulare non aveva squillato. Lo teneva a pochi centimetri dalla tastiera del computer e lo controllava ogni dieci minuti, sebbene sapesse quanto fosse inutile. Era partita da tre settimane e non aveva più avuto sue notizie. Lei non l'aveva cercato, si stava imponendo di non comporre il suo numero, di non scrivergli mail, di non inviare messaggi. Come gli aveva detto: era stanca di lui. Eppure.
Quella decisione studiata con cui aveva dato il via alla "pausa di riflessione" era stata una posa, sostenuta dal poco orgoglio che le era rimasto dopo i mesi estenuanti di quella relazione. Lui aveva alzato le spalle, facendo il finto dispiaciuto. Finto, perchè i giorni erano passati, le settimane scorrevano piano e un silenzio desolante si era instaurato tra loro. Era l'apice della sua indifferenza. "E' un fottuto egoista", si ripeteva mentre cercava di prezzare un collar 90 - 120 su Unicredit. Sicuramente c'era un'altra, più Barbie, più arrendevole, più adorante di lei con cui consolarsi, ammesso che non ci fosse sempre stata. La vibrazione del cellulare le fece andare il cuore a ritmo impazzito. Giulia: "Ciao bella, come stai? Ci vediamo questa sera?".
Aveva ragione la sua migliore amica, quando le diceva che lui era geloso del fatto che tra loro due, quella che emergeva era lei. Certo, questo lo diceva Giulia, mentre la vedeva seduta sul davanzale, appoggiata al muro, che piangeva con la scatola di kleenex sulle ginocchia. In fondo, però, lo pensava anche lei: lui non sopportava che qualcuno gli rubasse il palcoscenico e detestava il fatto che lei fosse com'era. Ribelle e libera. Cercava disperatamente la razionalità, di fronte alle frecce rosse del Bloomberg, mentre sentiva lacrime al mascara rigarle il viso.
Era lontanissimo quel ricordo, pensò, mentre si lasciava il Naviglio Grande alle spalle. In quel pomeriggio di sole invernale lui era una foto sbiadita della memoria. Le venne da ridere al pensiero delle serate passate con lo sguardo ipnotizzato dal cellulare immobile, in attesa di un suo segnale. L'amore, vero, sarebbe tornato a scorrere nelle sue vene, sentiva. E non sarebbe stato associato a lui, a cui pensava con tranquilla indifferenza.
Panta rei, anche lui.
Quella decisione studiata con cui aveva dato il via alla "pausa di riflessione" era stata una posa, sostenuta dal poco orgoglio che le era rimasto dopo i mesi estenuanti di quella relazione. Lui aveva alzato le spalle, facendo il finto dispiaciuto. Finto, perchè i giorni erano passati, le settimane scorrevano piano e un silenzio desolante si era instaurato tra loro. Era l'apice della sua indifferenza. "E' un fottuto egoista", si ripeteva mentre cercava di prezzare un collar 90 - 120 su Unicredit. Sicuramente c'era un'altra, più Barbie, più arrendevole, più adorante di lei con cui consolarsi, ammesso che non ci fosse sempre stata. La vibrazione del cellulare le fece andare il cuore a ritmo impazzito. Giulia: "Ciao bella, come stai? Ci vediamo questa sera?".
Aveva ragione la sua migliore amica, quando le diceva che lui era geloso del fatto che tra loro due, quella che emergeva era lei. Certo, questo lo diceva Giulia, mentre la vedeva seduta sul davanzale, appoggiata al muro, che piangeva con la scatola di kleenex sulle ginocchia. In fondo, però, lo pensava anche lei: lui non sopportava che qualcuno gli rubasse il palcoscenico e detestava il fatto che lei fosse com'era. Ribelle e libera. Cercava disperatamente la razionalità, di fronte alle frecce rosse del Bloomberg, mentre sentiva lacrime al mascara rigarle il viso.
Era lontanissimo quel ricordo, pensò, mentre si lasciava il Naviglio Grande alle spalle. In quel pomeriggio di sole invernale lui era una foto sbiadita della memoria. Le venne da ridere al pensiero delle serate passate con lo sguardo ipnotizzato dal cellulare immobile, in attesa di un suo segnale. L'amore, vero, sarebbe tornato a scorrere nelle sue vene, sentiva. E non sarebbe stato associato a lui, a cui pensava con tranquilla indifferenza.
Panta rei, anche lui.
lunedì 12 gennaio 2009
Luglio 1933, sognando.
C'erano giorni in cui pensava di soffocare, da tanto era umido il villaggio sperduto in cui era confinata ed esistere le sembrava un compito oneroso ed opprimente. Latifondi coltivati a cereali, cavalli, bestiame e nient'altro: questo era quello che vedeva da quando apriva gli occhi a quando andava a letto, stremata dalla monotonia di una vita fatta di lavori domestici ed ordini ricevuti in malo modo. Era stanca di vivere ai margini, tra estranei saccenti e una famiglia arrendevole e rassegnata. Lei era altro, voleva vivere di emozioni, voleva essere felice. Non era come sua madre e le sue sorelle, che pensavano che il mondo finisse al confine del latifondo della famiglia per cui lavoravano, che si accontentavano di avere una stanza minuscola da dividere in cinque, che vivevano in un torpore perenne. La criticavano in continuazione perché viveva in un mondo di sogni irrealizzabili, lontano dalla realtà, ma sbagliavano: lei era viva e avrebbe cambiato le regole di un gioco che non aveva scelto. Sarebbe diventata un'attrice. Avrebbe trovato il modo di andarsene da quel postaccio, dove era la bastarda figlia di nessuno, sarebbe fuggita verso la capitale, dove c'erano strade, palazzi, auto e vestiti. Dove avrebbe lavorato per migliorarsi, conoscere persone di classe, realizzare le proprie ambizioni: avrebbe finalmente potuto essere se stessa. Avrebbe dimostrato a sua madre che i sogni si avverano, se li si insegue: sarebbe diventata una donna rispettata ed amata. Soprattutto, avrebbe messo duecento chilometri di distanza tra lei e quel postaccio abbandonato.
Accarezzo' il grosso cane dal pelo scuro che gironzolava per il cortile, immersa nei suoi pensieri.
"Vedrai cagnolone, presto me ne andro' da Junin. Partirà un treno diretto verso la capitale e io saro' a bordo. A Buenos Aires lavorero' come attrice o cantante, non sarà facile all'inizio, ma riusciro' a conquistarmi la vita che desidero: diventero' famosa, avro' un intero guardaroba di vestiti da sera per le serate importanti e mi tingero' di biondo, come le statunitensi. Vedrai cagnolone, un giorno la gente saprà chi sono e mi chiederanno autografi". Sorrise felice, immaginando di sentirsi chiamare da una folla di ammiratori adoranti "Evita, Evita".
Accarezzo' il grosso cane dal pelo scuro che gironzolava per il cortile, immersa nei suoi pensieri.
"Vedrai cagnolone, presto me ne andro' da Junin. Partirà un treno diretto verso la capitale e io saro' a bordo. A Buenos Aires lavorero' come attrice o cantante, non sarà facile all'inizio, ma riusciro' a conquistarmi la vita che desidero: diventero' famosa, avro' un intero guardaroba di vestiti da sera per le serate importanti e mi tingero' di biondo, come le statunitensi. Vedrai cagnolone, un giorno la gente saprà chi sono e mi chiederanno autografi". Sorrise felice, immaginando di sentirsi chiamare da una folla di ammiratori adoranti "Evita, Evita".
martedì 23 dicembre 2008
A passo di danza
Avrebbe voluto fare la ballerina.
Sorrise ricordando i pomeriggi interminabili trascorsi appesa ad una sbarra, a prendersi sculacciate sul sedere dalla sua insegnante. Piedi tesi, pancia trattenuta, atteggiamento regale. Le sue scarpette rosa diventavano ali, in quella sala illuminata artificialmente, quando le note di un pianoforte polveroso si imponevano sulle voci squillanti delle bambine in tutù.
Era felice, nel body aderente, con i capelli biondi tesi in uno chignon. Le forcine ai lati della testa, che lo tevevano fermo le facevano male e alla sera, quando le sfilava, le tiravano maledettamente i capelli. Quando ballava pero' non lo sentiva più, né sentiva le punte di gesso stringerle i piedi.
Quando ballava, la sala diventava una spiaggia deserta e lo specchio che aveva di fronte rifletteva il mare.
Avanzo' di qualche passo verso le porti scorrevoli della metropolitana su cui viaggiava, stretta in una morsa di persone che si dirigevano, assonnati verso i loro uffici.
Si chiese se l'Asia avesse chiuso positiva. Ma che cazzo gliene fregava delle borse asiatiche? Nulla. Scese alla fermata precedente a quella del grattacielo dove era ubicata la sua scrivania colma di documenti. Le faceva piacere camminare acoltando il suo ipod, prima di immergersi in una disumana giornata, prima di preoccuparsi dei balzi dell'Euribor e delle valorizzazioni delle opzioni e delle menate atroci di un lavoro poco emozionante verniciato da una patina di importanza che si stava scrostando sotto i colpi della recessione.
A fine anno - ricordo'- aspettava lo spettacolo in teatro con un misto di eccitazione ed angoscia. Quella sera i papà erano tra il pubblico e le mamme dietro le quinte ad aiutare l'insegnante a gestire il gruppo di bambine in tutù. Lei voleva l'ombretto azzurro ed il mascara blu, anche se sua madre puntualmente le metteva il suo, nero, e le passava l'eyeliner perché diceva che esaltava il taglio dei suoi occhi. E le passava anche la terra sulle guance per colorare la sua pelle chiarissima dopo l'inverno. Si sentiva importante e adulta, con il trucco pesante per risaltare sul palco. Quando il sipario si sollevava non guardava verso la platea perché la angosciava l'idea che la fissassero. Era magrolina ed elastica, normalmente si guadagnava la prima fila o la seconda centrale. Era una scarica di adrenalina, avere la responsabilità di essere davanti al gruppo.
L'ipod emetteva la voce di Vasco. "Un senso a questa storia". Avrebbe voluto fare la ballerina. "Un senso a questa vita". Il grattacielo li davanti, le borse asiatiche e l'Europa che stava per aprire. "Anche se questa storia un senso non ce l'ha". I suoi genitori volevano che studiasse e si costruisse un futuro. E aveva troppo seno per entrare nel corpo di ballo di un teatro: una seconda di reggiseno a sedici anni non passava la selezione medica. Alla fine l'università con la sua migliore amica, studiando di giorno e uscendo alla sera e insegnando danza per pagarsi l'entrata in discoteca era stata un'esperienza più piacevole sicuramente dei giorni da caserma di un'accademia di ballo. Ora si stava laureando e lavorava tredici ore al giorno seduta davanti ad un computer. A proposito - si disse - chissà se la Fed aveva ancora tagliato il tasso target. "Domani è un altro giorno, ormai é qua". Avrebbe voluto fare la ballerina e vaffanculo la Fed ed i suoi tassi.
Esito' ad entrare nella bolgia del grattacielo, insieme a signori attaccati al Blackberry come fosse una vita umana da salvare. Era un altro giorno. Era libera.
L'ipod continuava ad emettere musica, ma non stava ad ascoltare, mentre camminava velocemente dando le spalle al marciapiede. Avrebbe voluto fare la ballerina, non l'avrebbe mai fatta, ma poteva ancora essere felice e serena. Lontano dai balzi dell'Euribor e dalle tredici ore passate ad una scrivania. Un senso, lei, poteva trovarlo.
"Bambine, iniziamo, alla sbarra". Vide il gruppo di piccole donne avanzare allegramente nella sala, con i loro tutù. Ognuna di loro avrebbe voluto fare la ballerina. Quasi sicuramente nessuna avrebbe calcato il palcoscenico di un grande teatro, cosi' come non l'aveva fatto lei. Voleva insegnar loro a seguire la strada che le avrebbe rese serene, non ballerine. Cosi' come aveva fatto lei, quella mattina ventosa in cui aveva voltato le spalle al grattacielo ed aveva preso un aereo per casa. Destinazione: scuola di danza pomeridiana per bambine fino ai dodici anni, Serenità.
Sorrise ricordando i pomeriggi interminabili trascorsi appesa ad una sbarra, a prendersi sculacciate sul sedere dalla sua insegnante. Piedi tesi, pancia trattenuta, atteggiamento regale. Le sue scarpette rosa diventavano ali, in quella sala illuminata artificialmente, quando le note di un pianoforte polveroso si imponevano sulle voci squillanti delle bambine in tutù.
Era felice, nel body aderente, con i capelli biondi tesi in uno chignon. Le forcine ai lati della testa, che lo tevevano fermo le facevano male e alla sera, quando le sfilava, le tiravano maledettamente i capelli. Quando ballava pero' non lo sentiva più, né sentiva le punte di gesso stringerle i piedi.
Quando ballava, la sala diventava una spiaggia deserta e lo specchio che aveva di fronte rifletteva il mare.
Avanzo' di qualche passo verso le porti scorrevoli della metropolitana su cui viaggiava, stretta in una morsa di persone che si dirigevano, assonnati verso i loro uffici.
Si chiese se l'Asia avesse chiuso positiva. Ma che cazzo gliene fregava delle borse asiatiche? Nulla. Scese alla fermata precedente a quella del grattacielo dove era ubicata la sua scrivania colma di documenti. Le faceva piacere camminare acoltando il suo ipod, prima di immergersi in una disumana giornata, prima di preoccuparsi dei balzi dell'Euribor e delle valorizzazioni delle opzioni e delle menate atroci di un lavoro poco emozionante verniciato da una patina di importanza che si stava scrostando sotto i colpi della recessione.
A fine anno - ricordo'- aspettava lo spettacolo in teatro con un misto di eccitazione ed angoscia. Quella sera i papà erano tra il pubblico e le mamme dietro le quinte ad aiutare l'insegnante a gestire il gruppo di bambine in tutù. Lei voleva l'ombretto azzurro ed il mascara blu, anche se sua madre puntualmente le metteva il suo, nero, e le passava l'eyeliner perché diceva che esaltava il taglio dei suoi occhi. E le passava anche la terra sulle guance per colorare la sua pelle chiarissima dopo l'inverno. Si sentiva importante e adulta, con il trucco pesante per risaltare sul palco. Quando il sipario si sollevava non guardava verso la platea perché la angosciava l'idea che la fissassero. Era magrolina ed elastica, normalmente si guadagnava la prima fila o la seconda centrale. Era una scarica di adrenalina, avere la responsabilità di essere davanti al gruppo.
L'ipod emetteva la voce di Vasco. "Un senso a questa storia". Avrebbe voluto fare la ballerina. "Un senso a questa vita". Il grattacielo li davanti, le borse asiatiche e l'Europa che stava per aprire. "Anche se questa storia un senso non ce l'ha". I suoi genitori volevano che studiasse e si costruisse un futuro. E aveva troppo seno per entrare nel corpo di ballo di un teatro: una seconda di reggiseno a sedici anni non passava la selezione medica. Alla fine l'università con la sua migliore amica, studiando di giorno e uscendo alla sera e insegnando danza per pagarsi l'entrata in discoteca era stata un'esperienza più piacevole sicuramente dei giorni da caserma di un'accademia di ballo. Ora si stava laureando e lavorava tredici ore al giorno seduta davanti ad un computer. A proposito - si disse - chissà se la Fed aveva ancora tagliato il tasso target. "Domani è un altro giorno, ormai é qua". Avrebbe voluto fare la ballerina e vaffanculo la Fed ed i suoi tassi.
Esito' ad entrare nella bolgia del grattacielo, insieme a signori attaccati al Blackberry come fosse una vita umana da salvare. Era un altro giorno. Era libera.
L'ipod continuava ad emettere musica, ma non stava ad ascoltare, mentre camminava velocemente dando le spalle al marciapiede. Avrebbe voluto fare la ballerina, non l'avrebbe mai fatta, ma poteva ancora essere felice e serena. Lontano dai balzi dell'Euribor e dalle tredici ore passate ad una scrivania. Un senso, lei, poteva trovarlo.
"Bambine, iniziamo, alla sbarra". Vide il gruppo di piccole donne avanzare allegramente nella sala, con i loro tutù. Ognuna di loro avrebbe voluto fare la ballerina. Quasi sicuramente nessuna avrebbe calcato il palcoscenico di un grande teatro, cosi' come non l'aveva fatto lei. Voleva insegnar loro a seguire la strada che le avrebbe rese serene, non ballerine. Cosi' come aveva fatto lei, quella mattina ventosa in cui aveva voltato le spalle al grattacielo ed aveva preso un aereo per casa. Destinazione: scuola di danza pomeridiana per bambine fino ai dodici anni, Serenità.
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