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mercoledì 5 ottobre 2011

Il villaggio di cartone

In questo inizio autunno bizzarro, che sa più di primavera, è difficile riprendere le abitudini invernali. Se non fosse per l'uscita dei film presentati al Festival di Venezia, saremmo ancora tentati da fughe al mare o al lago.
Il due ottobre al teatro Strehler, in una Milano surrealmente afosa, è stato proiettato in anteprima l'ultimo film di Ermanno Olmi, in uscita il sette ottobre nelle sale. Il villaggio di cartone condensa in una novantina scarsa di minuti i temi più roventi della società occidentale odierna. La stanchezza di una società obnubilata dai troppi consumi, la forza selvaggia di chi è nato nel Terzo Mondo, l'aleatorietà dei valori - anche i più profondi - di fronte alle incertezze che si stanno materializzando nella seconda decade del duemila. Trama altamente introspettiva, che si esplicita all'interno di una parrocchia chiusa per carenza di fondi. L'anziano parrocco si trova solo e defraudato del suo ruolo, quando la Chiesa ormai chiusa al culto viene occupata da un gruppo di clandestini africani, che vi trovano rifugio. Il curato offre loro la sua protezione, ritrovando nell'accoglienza il significato più profondo del messaggio cristiano. Negli occhi di quegli uomini si legge la miseria di chi non ha da perdere più nulla, al punto da affrontare un viaggio disperato, al punto da non temere quel mare che tra la Libia e Lampedusa ha trascinato con sé i sogni di tanti giovani africani. I giovani clandestini si scontrano con un Primo Mondo stanco, che ha perso la gioia delle cose semplici, che sta affogando in un tenore di vita ben più elevato di quanto si possa permettere. Un Primo Mondo che sta per trovarsi il conto davanti e ha il conto in banca prosciugato. La loro reazione è contradditoria: c'è chi prova odio verso la minoranza bianca che accentra il benessere e grida vendetta; c'è chi sente di avere una possibilità e sa che quella passa per la via dell'integrazione. E cosa prova l'Occidente, patria della filosofia, di fronte alla sorte di questi figli d'Africa? Rifiuto in molti casi, pietà in alcuni, comprensione e amicizia, in pochi. Per parafrasare il divino Guccini: Dio è morto ancora, sulle carrette del mare con cui gli schiavisti del duemila giocano alla roulette con vite umane.

domenica 30 gennaio 2011

Vento di Primavera (La Rafle)

A volte le parole sono superfle. E non sufficienti. Come nel caso di un film che ci ricorda quanto l'essere umano può essere crudele. Vento di Primavera è la versione cinematografica dei versi indimenticabili di Primo Levi. "Meditate, che questo è stato": questo sembrano gridare le immagini che si avvicendano sullo schermo. Storia poco nota della retata nazista di ebrei francesi, detenuti al Vélodrom d'hiver prima della deportazione definitiva: quello che sconvolge è la totale assenza di invenzione, si tratta di fatti realmente accaduti purtroppo. Rose Bosch, la regista, non ha fatto che "leggere" un capitolo vero della storia di Francia e d'Europa. Nella Parigi occupata, sono troppi gli ebrei ben inseriti, secondo le forze naziste, che già progettano l'atrocità dei "campi d'oriente" - i lager - tragicamente noti alla storia. Il maresciallo Pétain asseconda i tedeschi: più di ventimila persone di tutte le età sono consegnati a tavolino nelle mani delle forze d'occupazione. Prima evacuati dalle abitazioni, poi "depositati" temporaneamente al Velodrom e poi imbarcati sui treni per la Polonia. Il tutto senza batter ciglio, senza una considerazione, senza uno scrupolo di coscienza: dialoghi diplomatici su modalità e dettagli dello sterminio si intercorrono tra Parigi e Berlino, come se si parlasse di soldatini. Le decisioni dei "piani alti" si riversano come una lastra di ghiaccio sulle vite dei bimbi di religione ebraica che vivono a Parigi. Con le loro famiglie subiscono il corso perverso della storia, vedendolo con gli occhi dell'infanzia. Occhi incontaminati, che sono costretti a crescere di corsa, al passo selvaggio della follia hitleriana. Joseph, dieci anni, sveglio come il padre Schmuel, curioso.
Simon, che avrebbe bisogno di cure mediche e di essere incoraggiato ad uscire dal guscio della timidezza.
Ed il piccolo Nonò, dolcissimo con i suoi occhioni azzurri e troppo piccolo per capire.
L'atrocità del piano hitleriano investe anche i francesi che assistono impotenti al consumo della retata: i vicini di casa, i colleghi, le infermiere che assistono i bambini. in particolare la giovane Annette, che cerca di addolcire l'esperienza infernale dei più piccoli e si oppone fino alla fine ad una storia già scritta.
Ma queste sono soltanto parole, incolonnate ordinatamente una dopo l'altra, che non possono spiegare, non possono descrivere, né far lontanamente provare quel senso di angoscia e impotenza che lascia questo film. Il dolore dei bambini si incolla al cuore. Non ho vocaboli sufficienti e non me la sento di andare oltre.
"Meditate che questo è stato".

giovedì 13 gennaio 2011

American Life (Away we go)

Sam Mendes torna a distanza di parecchi anni dal successone American Beauty, con un film scoppiettante. Trama freschissima, cast giovane, protagonisti adorabili. E' la storia della new generation americana, ma - potere della globalizzazione - si potrebbe estendere il racconto all'Occidente in senso più ampio.
Maya Rudolph (una dolcissima e sveglia Verona) e John Krasinski (fenomenale nell'intepretazione di Burt) sono una coppia giovane in attesa del primo figlio. La notizia della gravidanza di Verona scuote la serenità in apparenza infantile" della coppia. Cercare casa. Questo è il compito che i due ragazzi si prefiggono nel paio di mesi che precede l'arrivo della piccolina. Una "casa" che sia a misura di bambino e di adulto. Che permetta loro di avere una vita di affetti, che sia, insomma, il più accogliente possibile. Il loro viaggio li porta agli estremi opposti della sterminata America: da Tucson a Montreal. Ad ogni tappa, Verona e Burt incontrano amici o parenti, che non vedevano da tempo. Ognuno di loro ha cercato di costruirsi una propria dimensione, in un mondo che ormai è lanciato verso il relativismo più totale: c'è chi cresce i figli a suon di patatine e tv, per sentirli il meno possibile, c'è chi - come reazione all'anaffettività totale della società di oggi - cerca serenità nei precetti orientali di amore continuo di sapore hippy. C'è chi, come il fratello di Burt, vede naufragare il proprio progetto di vita ed attraversa un divorzio o un abbandono. Da questo viaggio, Verona e Burt capiscono che la vera sfida è trovare un equilibrio, fatto di compromessi e lotte quotidiane. E paradossalmente, trovano la strada verso la loro vita nella normalità: una casa - normale - con un giardino - normale - in un piccolo paese - normale. Insomma, tutto quello che per la loro (la mia) generazione sta diventando così irrealizzabile e utopico, da sembrare la più desiderabile delle condizioni.
Se si ricorda per un momento American Beauty, si intuisce il cambiamento sostanziale che nel giro di un paio di decenni ha stravolto le cose: desiderabile, per la generazione di quarantenni protagonista di American Beauty, era l'eccesso. Desiderabile, per la generazione di chi ha appena trent'anni (o meno..), è la normalità: proprio quella normalità che con la seconda Grande Crisi si rischia di non trovare mai.

lunedì 10 gennaio 2011

Somewhere

A settembre decisi di non andare al cinema a vedere il film che aveva vinto il Leone d'oro. Dalla trama mi sembrava la classica pellicola su cui fare il classico arbitraggio: Blockbuster batte cinema di un buon paio di euro se non di più. Ragionamento doveroso in tempi di crisi economica, espansione dei multisala e proliferazione di commedie trash e colossal al limite del guardabile.
Mi ero fatta un'idea forse peggiore della realtà sul film diretto dalla signora Coppola, certo è però, che non valeva assolutamente un biglietto per il cinema, specie se nel weekend.
Film che vorrebbe essere impegnato, ma non ci riesce. Stephen Dorff interpreta John, un attore californiano che vive la vida loca della Los Angeles dei quartieri alti (ammesso che a Los Angeles esistano i bassi, non credo). Risiede nella suite di un hotel a numerose stelle, dove organizza festini a base di coca e sesso.
Non proprio il top dell'effetto sorpresa, insomma. Lo spettatore medio inizia a guardare l'orologio dopo il primo quarto d'ora di proiezione.
John ha una figlia adolescente che vede di rado e di cui non conosce quasi nulla. Cleo (Elle Fanning) un bel giorno si presenta alla porta del padre, dicendo che sua madre se n'era andata per qualche giorno. E i due mondi, paralleli ino a quel momento, si intersecano come due viali ad un incrocio stradale. John scopre a poco a poco le esigenze della ragazzina: rinuncia a festini erotici con fotomodelle, limita le sbronze, cerca di farla mangiare. Cosa vi viene in mente? Forse qualche miliardo di altre commedie statunitensi?
Il tempo trascorso con Cleo permette a John di pensare alla propria condizione ed al fatto che la sua vita non ha troppo senso o quanto meno troppa utilità. Quando la figlia parte per il campo estivo, John si trova nuovamente solo, in una stanza di hotel, a scegliere a quale festa andare, con che completo D&G, se con una bionda o una bruna. Insomma, c'è di che andare in depressione. E questa forse è l'unica nota salvabile e profonda di un film che obiettivamente non scorre, non cattura, non indigna, forse annoia, ma nemmeno quello al punto da farti alzare a metà. Perchè se c'è una cosa vera è che i veri sconfitti sono quelli che, come John, si fanno fumare il cervello da qualche secondo o più di gloria, potere o denaro. E deve essere obiettivamente mostruoso voltarsi indietro e capire che la propria vita è stesa sul fondo di un bidone della spazzatura, nonostante si avessero avuti tutti i mezzi per renderla splendida.
Questo credo sia stato il messaggio (ufficiale) per cui il film ha ottenuto il Leone d'Oro (soprassiedo su quali penso siano stati i messaggi ufficiosi...). Anche questa volta, sul cinema, Cannes batte Venezia, Francia batte tutti. E di larga misura.

lunedì 27 dicembre 2010

You will meet a tall dark stranger

Cercherò di essere obiettiva. Lo prometto.
Woody Allen torna a Londra, dopo la (magnifica) interruzione newyorchese di Whatever works, con un cast altisonante: Antony Hopkins, Naomi Watts, Freida Pinto, Josh Brolin. E un seducentissimo Banderas (lo so, avevo detto obiettiva...). Il film analizza l'illusoria dinamica dell'amore eterno e del rapporto di coppia, di cui gli esseri umani si ostinano a non concepire la limitatezza temporale. Una coppia in piena crisi di terza età esplode nel momento in cui Alfie si rende conto di essere invecchiato e cerca di aggrapparsi alla vita che sente sfuggire abbandonando la moglie per una compagna giovane, bella, texana o di analoga provenienza, e rimasta a qualche passo prima dell'homo sapiens nella catena evolutiva. Helena reagisce alla rottura del matrimonio trovando conforto nei tarocchi ed in una spiritualità di dubbio gusto, ma apparentemente efficace. Problemi sentimentali anche per la figlia Sally, una brillante esperta d'arte che lavora in una prestigiosa galleria di proprietà del bel Greg (ovviamente Banderas): il marito, Roy, dopo aver pubblicato un romanzo, cerca di scongiurare il rischio di diventare una meteora tentando di impostare un nuovo romanzo. L'equilibrio fragile dei due viene incrinato quando Roy nota la seducente dirimpettaia, che suona la chitarra alla finestra indossando sempre qualcosa di rosso. Anche Sally, tuttavia, non si rivela propriamente la moglie innamorata e felice che raccontano le favole. E come esserlo, quando si lavora con Antonio Banderas? Greg sta divorziando dalla moglie e confida all'assistente i tormenti che sta attraversando. Eros, nel frattempo colpisce con i suoi strali anche Helena, che ritrova la felicità perduta con il proprietario di una libreria specializzata in testi esoterici. Scoppia invece l'improbabile coppia Alfie-Charmaine, i cui dialoghi surreali ricordano alla platea che si è pagato un biglietto convinti di vedere un Allen (sì, sì, obiettiva..scusate!).
Roy e Sally, giunti al capolinea, decidono di lasciarsi. Lui, dopo un lungo corteggiamento, conquista il cuore della musicista vestita di rosso. Lei confessa i suoi sentimenti a Greg, che da buon "bello e impossibile" nel frattempo trova consolazione tra le braccia di un'artista parecchio maudite.
La pellicola non sarebbe male, se fosse di un altro regista. Sinceramente, dopo Whatever works, noi alleniani convinti avevamo intravisto il ritorno a quel quell'ironia tagliente, atea e materialista che tanto amiamo. A quella New York frenetica e multiforme che è habitat naturale dei film di Woody, molto più della glaciale Londra: troppo ingessata, troppo scontata, troppo poco sfacciata per noi puristi. Insomma, ma dove è finito il Woody che avrebbe corso le presidenziali francesi con il motto "cinismo, sarcasmo e orgasmo"? E che probabilmente, avrebbe avuto ottime chance di vincere?

lunedì 18 gennaio 2010

L'herisson

Inseguire le stelle e non finire a vivere nella boccia dei pesci.
Pensateci un momento: non siamo un po' tutti dentro la boccia, da cui vediamo soltanto quello che ci si para vistosamente davanti, "sentendo" il tutto attutito?
La ragazzina di dodici anni che vive al piano di sopra, ad esempio? Magrolina, occhiali e zainetto in spalla. Sembra una dei milioni di suoi coetanei che al mattino sono schiacciati sul tram insieme a voi.
Oppure la portiera del vostro stabile. Sempre chiusa nel suo loculo a guardare quei programmi televisivi a budget stringato della fascia pomeridiana, avvolta come minimo in due maglioni di lana un po' abbondanti, con una pentola sistematicamente sul fuoco contenente qualcosa di sistematicamente puzzolente, con il segno della crescita evidente ed il taglio di capelli poco curato. Questo è quanto appare dal vetro della boccia. Gli orizzonti, però, sono molto limitati quando si vive da pesce rosso e si dà per scontato che la ragazzina bionda del piano di sopra sia un'adolescente divoratrice di Cioé che si trucca di nascosto e che la portiera sia una vecchia signora che si trascina sciattamente attraverso le ore della giornata.
Dietro la piccola vicina di casa, potrebbe nascondersi una Paloma Josse (G. Le Guillermic), che della vita sembra aver colto molto più di tutti gli adulti che la circondano e che è giunta alla conclusione che se crescere vuol dire finire schiavi dell'apparenza, degli antidepressivi e dello psicologo, forse preferisce suicidarsi a tredici anni. Paradossale, ma argutissimo: per provarlo, la ragazzina protagonista della pellicola filma la routine del palazzo in cui vive a dimostrazione di quanto la vita priva di emozioni della sua famiglia e delle altre avvalli la sua decisione.
Paloma non ha fatto i conti con quello che Taleb definirebbe il black swan: la variabile imprevedibile; quella che nessun fisico quantistico riesce ad intrappolare in un modello, né a far girare in una macro; quella che irrompe negli eventi da protagonista assoluta e manda letteralmente a puttane tutto il castello di certezze che vi eravate costruiti.
Il cigno nero di Mona Achache si chiama Renée Michelle (J. Balasko) ed è la portiera dello stabile parigino in cui Paloma vive con la famiglia. Un condominio "bourgeois", di famiglie "bourgeoise" (tradotto con "ricco" in italiano, ma a Parigi essere "bourgeois" ha una connotazione più forte: insomma, "on est pas dans le XX" per citare un tizio che mi aveva mostrato un appartamento nel XVII arrodissement ed era preoccupato che non ne fossi abbastanza all'altezza). Renée assomiglia alla vostra portiera, ma dietro i chili di sovrappeso, i maglioni consunti e la tinta da riprendere, si nasconde un'appassionata di letteratura e filosofia. Una lettrice di classici, che nasconde una stanzetta traboccante di volumi, letti e riletti da saperli a menadito. Una persona che prova emozioni, al contrario degli altezzosi inquilini che le scorrono davanti senza vederla.
Paloma non ha letto Taleb, ma inizia ad intuire che dietro Renée si nasconde qualcosa di magnifico. Come un riccio: fuori punge ed è irsuto, oltre l'apparenza può nascondersi l'eleganza. Ad avvicinare la ragazzina alla donna contribuisce l'arrivo di un nuovo inquilino: il giapponese Kakuro Ozu (T. Igawa). Lui non vive in una boccia dei pesci. Al suo arrivo si sofferma a chiacchierare con Renée e ne resta affascinato: una donna che in una banale conversazione cita un passo di Anna Karenina non può che sbalordire. I tre personaggi si affezionano l'un l'altro e si sostengono. Paloma evade dall'asetticità emotiva della sua famiglia e trova in Renée una persona affettuosa che la ascolta. La portiera a sua volta ama avere la ragazzina intorno e condivide con lei la preoccupazione per i sentimenti che inizia a provare per Kakuro, con cui si frequenta: "una portiera può anche amare?" si chiede la donna. "E' previsto tra quello che la gente che entra ed esce dallo stabile si aspetta di trovare segnalato alla voce "portiera" del suo ristretto dizionario?".
La variabile imprevedibile stravolge i progetti dei protagonisti ed il finale del film: Paloma comprende, ancora una volta grazie a Renée, che il sucidio non è la soluzione, ma la via di fuga sciocca. La vera soluzione è ritagliarsi la propria vita, come lei fa con i suoi precisi disegni sui cartoncini, ed esserne i protagonisti, a prescindere da quello che vuole vedere la platea. La morte è una tragedia e non un evento banale come lei credeva: la ragazzina lo capisce quando le viene a mancare l'unica persona a cui veramente si era legata.
L'hérisson vi mette le mani sulle spalle e vi scuote. Le scene, costruite con una cura che solo la cinematografia francese poteva concepire, sembrano sussurrarvi: uscite dalla boccia dei pesci, spegnete la macro che sta girando con le variabili precise secondo cui dovete vivere su un certo schema, smettete di "vedere" e cercate di "guardare" cosa vi sta intorno.

martedì 1 dicembre 2009

Diarios de motocicleta


Le stazioni radiofoniche passavano "This Love" dei Maroon 5 ad ogni ora del giorno. Io e la mia migliore amica abbiamo sempre amato cantare in macchina quando fa caldo e puoi tenere giù i finestrini. Nelle scorribande di quel periodo - era maggio 2004 - stavamo cercando di perfezionare l'interpretazione di quel brano: dopo aver stabilito che il ritornello diceva "this love has taken its toll on me" e non "it's taking it all from me" io stavo tentando di americanizzare il più possibile il mio accento da east-ender mentre Giulia era lanciatissima sulla prima strofa con il suo inglese da high-school student del Michigan. Prese dalla nostra performance canora ci accorgemmo di esserci lasciate il cinema Colosseo alle spalle quando intravedemmo l'incrocio in Porta Venezia. Dovevamo vedere l'appena uscito Diarios de Motocicleta, di Salles: il film sul Che prima di essere il Che, tratto dall'omonimo diario di viaggio di Ernesto Guevara, nonchè mio libro preferito.
Nel 1952, diversi anni prima della rivoluzione cubana, Ernesto Guevara De La Serna (Gabriel Garcia Bernal), studente di medicina, ed Alberto Granado (Rodrigo De La Serna), biochimico, partono da Buenos Aires con l'obiettivo di raggiungere Caracas. Avrebbero viaggiato per oltre 14,000 chilometri attraversando l'America Latina, in sella alla "Poderosa": la fedele motocicletta Norton 500 classe 1939 di Granado. Si dirigono verso sud, alla volta della Patagonia cilena, da dove risalgono lungo la Cordigliera delle Ande verso il Perù. Sulle strade sterrate della "Maiuscola America" ogni chilometro percorso sulla vechia moto è una conquista. I due affrontano il disarmante silenzio della Patagonia, le sue distese disabitate e le pianure schiaffeggiate dal vento che all'orizzonte sembrano convergere con il cielo. Attraversano il Cile e le sue variazioni cromatiche in equilibrio tra le Ande ed il Pacifico. Giungono in Perù, dove lavorano per tre settimane come volontari in un lebbrosario. Ripartono poi per Caracas, ultima tappa ed ultima pacca sulla spalla tra i due amici: Ernesto torna in Argentina, Alberto si ferma per lavoro in Venezuela. Non sono gli stessi ragazzi partiti nove mesi prima da Buenos Aires: le persone conosciute, con le loro storie e la loro vita, hanno contribuito ad arricchire il bagaglio di entrambi lasciando un segno indelebile di quell'avventura. Perchè questo è il film: avventura e amicizia.
Nel 2004, quando ho visto Diarios de motocicleta e i Marooon Five erano primi nelle hits mondiali, avevo "letto" soltanto il primo aspetto. Siamo uscite dalla sala, Giulia ed io, promettendoci che avremmo trovato il momento giusto per partire zaino spalla per nove mesi. Ovunque fosse, con o senza Poderosa. E ad entrambe sembrava ancora di sentirne il rumore, della Poderosa, mentre sfrecciavamo a finestrini abbassati su Viale Bligny per recuperare due kebab. Nel 2004 avrei venduto l'anima al diavolo - benchè sia atea - per seguire le orme di Ernesto ed Alberto e ritrovare la bussola di me stessa.

A fine 2009 mi trovo a ripensare a questo film. Ho ritrovato la mia bussola nonostante l'unica avventura che ho avuto il fegato di affrontare siano stati nove mesi di lavoro a Parigi. E mai come in questo momento venderei decisamente ancora l'anima al diavolo per poter partire con uno zaino ed una macchina fotografica. Nonostante questo, vedo in Diarios de motocicleta il risvolto dell'amicizia soprattutto. Lo sento distintamente, ora che Giulia ed io viviamo a un paio d'ore di aereo e non cantiamo più le hits con i finestrini abbassati ogni volta che ci pare, né facciamo la siesta dopo pranzo tra una lezione e l'altra o cinema più kebab house alla sera. Lo sento perchè nella vita non c'è niente di più rassicurante della presenza di qualcuno che ha esattamente le tue radici ma anche esattamente il tuo desiderio di scoprire. Con cui riesci a perderti in viale papiniano, ad escogitare un sistema assurdo per incrociarsi su rue de Rivoli, a farti gli stessi ragazzi restando sempre amiche, a lasciare emergere il tuo lato peggiore sapendo che l'altro è lì, pronto a tirarti per i capelli ed impedirti di fare cazzate. Oggi per lei è un giorno speciale e vorrei soltanto poter prendere un caffè insieme dopo per raccontarsi tutto, così come ci sono giorni in cui vorrei soltanto che la mia migliore amica fosse qui. Questo è il film ed anche la vita: viaggiare di fianco alle persone che contano, soffrire per le separazioni da loro, aspettare con ansia l'occasione di rivedersi, al Ligure per il marocchino di rito.










martedì 17 novembre 2009

Inglorious basterds

Pulp Fiction sta ad Inglorious basterds come il blu intenso del mare Egeo sta alle poco invitanti sfumature della riviera romagnola (non se ne vogliano eventuali lettori di quelle zone, popolate da gente simpaticissima e cordiale e molto organizzate turisticamente se uno non parte dal presupposto di andare al mare per fare anche il bagno).
La fantatrama su cui sono costruite le due ore abbondanti di pellicola mostra le "gesta" di un gruppo di soldati americani in Normandia, la cui missione è spargere il terrore tra le truppe d'occupazione nazista attraverso imboscate a cui seguono torture di vario genere. La strada dei basterds capitanati da un crudelissimo ed antipatico Brad Pitt si incrocia con quella di una ragazza ebrea, unica superstite della sua famiglia all'occupazione ed in particolare allo spietato colonello nazista Landa. Sushanna gestisce un cinema a Parigi sotto falsa identità e reincrocia il carnefice della sua famiglia quando il suo cinema viene scelto per la proiezione della première di un filmetto di propaganda del regime, a cui presenzia lo stesso Hitler.
L'evento offre la situazione perfetta per ordire un attentato ai vertici tedeschi: i basterds, in contatto con alcune spie, presenziano alla prima spacciandosi per improbabili italiani. Il colonello Landa, giustamente insospettito dall'italianità di Brad Pitt scopre il plot e scende a compromessi con gil americani: loro avrebbero portato a termine l'operazione, assassinando Hitler e in cambio lui avrebbe patteggiato una cospicua resa. Qui l'unico messaggio che ho tratto dal film: tra bastardi senza gloria si parla la stessa lingua e si crede nella stessa ideologia.
Parallelamente, Sushanna stessa ha organizzato la sua vendetta personale verso il nazismo antisemita, riempendo di tritolo la sala. Il filmetto propagandistico infatti si chiude con una ripresa inserita da lei, in cui svela agli attoniti presenti che saranno uccisi da un'ebrea. Il cinema salta in aria e anacronisticamente si compie il fantadestino dei vertici delle S.S.
Il cerchio si chiude con la fuga dal luogo del massacro dei basterds con Landa al seguito. Quest'ultimo si arrende agli ormai vincitori della guerra, confidando nel rispetto del loro impegno nell'assicurargli la resa patuita. Il rispetto della parola data, tuttavia, implicherebbe gloria: a Landa viene marchiato a fuoco sulla fronte il simbolo della svastika, come consuetudine dei basterds con i nemici catturati.
La violenza gratuita di diverse scene mi ha lasciato molto perplessa, così come la totale astoricità della trama. Nota positiva: ho visto il film abbracciata ad un enorme cuscino, dietro cui ho potuto nascondermi durante le scene più crude, quindi non ho avuto incubi postumi.

domenica 15 novembre 2009

Julie&Julia

Meryl Streep è una grandissima.
Ma dio, che film lento.
Premetto che l'ho visto in condizioni pessime: era un sabato sera in cui sono uscita con un tipo per la prima volta, per un "date". Il classico amico di amici che ci prova, ci prova, ci prova e alla fine cedi e dici, "Va bè, proviamo ad uscirci, dato che in questo periodo con il mio pseudo-ragazzo non gira proprio! Io di sicuro non ho bisogno di aspettare lui per uscire". Attenzione alle ripicche di questo stile: con buone probabilità vi troverete in una situazione di una noiosità imbarazzante.
Il prefilm è stata una cena nell'ottimo messicano in viale Montenero. Avevo poi proposto un cinema perchè stavo leggendo da una settimana critiche fantastiche su questo film, presentato al festival di Roma. Le fajitas miste del Cueva Maya ed il pensiero di una pellicola piacevole ad attendermi mi hanno dato lo slancio necessario a sopportare, con un mezzo sorriso stoico stampato addosso, il monologo del tipo: due ore circa. Il contenuto a grandissime linee verteva sulla sua sensibilità, amore verso il prossimo, e, in sintesi, vocazione al martirio. Per un'ex trader tanto buonismo prodigato in una sola dose ha l'effetto di un'intera Sacher sul picco insulinico di un diabetico: ma l'ora del film si avvicinava e sarei stata salva.
Quando finalmente sono partiti i titoli iniziali sullo schermo, mi sono rallegrata: benché fossi stordita dal monologo, mi sarei vista un bel film e io sono sempre felice quando si tratta di vedere un bel film.
Julie&Julia verte su due storie sviluppate parallelamente in due dimensioni temporali diverse (ricordate il bellissimo "The Hours"?), in cui la comunque magnifica Meryl si alterna ad una simpatichina Amy Adams nella narrazione della vita della celebre cuoca Julia Child e di una sorta di avvicinamento alla buona cucina da parte di una coppia newyorchese - si intuisce - cresciuta a burger and fries in un anonimo isolato del Queens.
Ricette e gag in cucina costituiscono la trama, che sarebbe anche stata divertente, se fosse durata la metà. Alla quarantesima ricetta - mi sembra fosse una crema pasticciera o forse un arrosto- non se ne poteva più: e ne mancavano ancora un centinaio.
Personalmente ho apprezzato moltissimo la Parigi anni cinquanta in cui era ambientata la vicenda di Julia Child e la nascita del suo manuale di cucina. I boulevards, i negozietti, les boulangeries, enfin Paris vaut bien un film ennuyant. E la Streep è camaleontica a livelli impressionanti: veste i panni di un'americana un po' goffa trovandosi a suo totale agio tra gli improbabili arnesi da cucina che si usavano all'epoca. Per me resta una delle migliori attrici contemporanee.
La storia di Julie, che per sfida con se stessa cucina in due mesi 180 ricette mi ha lasciato perplessa. Ma che sfida è mai questa? E se uno una sera in quel periodo avesse voglia di mangiare un panino al salmone affumicato o una tazza di latte e cereali? Che fretta c'è di fare gli chef ogni giorno per due mesi, quando oltre tutto si sono mangiati burger&fries per trent'anni?
Quando il film è finito io ero contetissima: avevo visto talmente tanto cibo che mi sembrava di aver nausea nonostante la porzione poco abbondante di fajitas e mi pregustavo la fine di quell'improbabile serata. Il pensiero del taxi che mi avrebbe strappata via dalle chiacchiere del tipo mi ha lì per lì impedito di pormi troppe domande sul film. A posteriori però, mi chiedo: Julie, oltre ad avere come minimo preso dieci chili e ad essersi sputtanata gli esami del sangue, cosa che negli USA non è così problematica forse..ma il giorno dopo l'ultima ricetta cosa avrà fatto? Forse la dieta della tisana drenante per i due mesi successivi.
E poi per favore: ridateci Miranda Presley, abbiate pietà!


martedì 20 ottobre 2009

He's just not that into you

Wake up: la verità è che non gli piaci abbastanza!Film illuminante, propedeutico ad una pronta reazione nel momento in cui dovremo affrontare l'ennesima delusione d'amore.
Quante volte ci siamo ritrovati a fissare invano il cellulare nella speranza che l'infatuazione del momento si facesse vivo? Quante volte abbiamo ripetuto a noi stessi che "se non chiama e non mi propone di uscire è solo perchè sta lavorando tantissimo ed è molto stressato? Quante volte ci siamo convinti che se non lascia il/la partner ufficiale per amare noi alla luce del sole è soltanto perchè è tanto sensibile e non vuole far soffrire nessuno, ma che è soltanto questione di settimane?
Il finale è quasi sempre riassumibile nel messaggio di questa simpatica commedia ad episodi: la verità è che non gli piaci abbastanza. Se dopo il primo "date" passano settimane senza che l'oggetto dei nostri desideri si faccia sentire, iniziate a prendere in considerazione di accettare l'invito a cena dell'amico della vostra collega, che da quando vi ha conosciuti vi intasa la casella di posta elettronica con i posts di cartoni della Disney che vi piacciono tanto. Sebbene vi sembri un personaggio poco tenebroso e non abbastanza "maledetto", forse dimostra uno spirito di iniziativa meritevole di attenzione, nonchè un interesse verso di voi decisamente più spiccato del bello-e-impossibile da cui state aspettando un segnale.
Se non ricordate più da quanti mesi siete diventati l'amante nascosto di una persona sposata, toglietevi dalla testa che quest'ultima lasci tutto e bussi alla vostra porta in sella ad un cavallo bianco per portarvi via con sé. Anche se continua a promettere che le carte del divorzio sono pronte, ma si preoccupa per la reazione dei figli, non lasciatevi ingannare: avete maggiori probabilità di successo se decideste di aprire una distilleria di alcolici in Iran.
E concludiamo con il "caso dei casi": il vostro partner e voi non andate a letto da un po' di tempo. Non entrate nel tunnel del "è molto stressato e io sono stata assente". Non fate l'errore di andare in deficit di autostima con pensieri del tipo "Forse la mia seconda scarsa con il push-up non è abbastanza", "Dovrei metterlo a dieta di ostriche", "Se facessi l'enorme sacrificio di rinunciare al mio pigiamino hello-kitty e mi travestissi da escort forse smuoverei qualcosa"...stronzate! La seconda scarsa è quella che vi permette di comprare bulimicamente tutti i top carini che vedete nei negozi, senza farvi il problema che potrebbero non reggere "le ragazze". Dimenticate le ostriche: ad una coppia che funziona di solito la fame viene dopo (u get what I mean). Toglietevi dalla testa il mito della biancheria: normalmente dovrebbe rimanervi addosso dai due ai tre secondi, dunque spendereste cifre folli che potreste tranquillamente investire in una fantastica pulizia del viso. Se tra due persone esiste un minimo di attrazione, scatta il desiderio di andare a letto insieme. E' chimico, quindi scientifico, quindi incofutabile: il primo fattore che rende promettente una relazione è la presenza di intesa sessuale, altrimenti conviene che vi reiscriviate al corso serale di yoga per occupare il tempo libero. Fate dunque attenzione alle continue contratture durante gli allenamenti o alle frequenti emicranie del partner: ad un'analisi più accurata potreste scoprire che si accompagnano a misteriose uscite serali per motivi di lavoro o con il "migliore-amico-a cui -è appena - morto il gatto - e si sente tanto depresso". Potrebbe per contro essere giunto il momento di appellarvi alla famosa pausa di riflessione e di partire per quel viaggio in Siria che sognate da una vita.
Consiglio la visione di questa commedia in compagnia degli amici del cuore, per capirsi quelli che chiamate nel cuore della notte perchè volete mandare un messaggino carino alla persona che vi piace e non sapete se chiuderlo con "bacio" o con "ti abbraccio": vi troverete a ridere sia per la comicità del film in sé, sia per il fatto che vi sembrerà di rivivere episodi vissuti tra amici o amiche. Insomma, chi di noi non ha tre amiche con cui si ritrova il terzo mercoledì del mese per una cena in cui l'argomento principe sono i rispettivi love affairs? Se l'amore è delicato come un cristallo di Boemia, l'amicizia complice - per fortuna - è lineare e solida come il marmo di Carrara.

venerdì 16 ottobre 2009

Whatever works - Basta che funzioni

Se avete otto euro in tasca e decidete di spenderli bene, dimenticatevi dei leggings lucidi che avete visto alla Alcott. Se c'è nella vostra vita un uomo bellissimo che fa lo stronzo (e di solito è così), resistete alla tentazione di utilizzare il capitale per un vassoio di fantastici biscotti al cacao e frutta secca sfornati da quel terrorista del panettiere di fronte, affogando i drammi sentimentali nella maestria dell'arte bianca: tanto i belli sono stronzi per definizione e voi vi sentireste ancora in colpa dopo sei ore passate nella sala cardio della vostra palestra. Controllatevi sul tasto più difficile: ignorate quegli orecchini ovaleggianti viola che si intonerebbero alla perfezione con il vostro nuovo pullover scollato e che vi stanno ipnotizzando dal vetro di una vetrina. Dire di no ad un paio di orecchini vistosi è un sacrificio incommensurabile ma per una volta provateci, pensando al vostro beauty-case che non si chiude più perchè è pieno di bigiotteria.
Dirigetevi verso il primo cinema sul vostro percorso (vi auguro che non sia uno di quei multisala che puzzano di pop-corn) ed investite il capitale in un biglietto per la proiezione di "Whatever works". Basta che funzioni, Woody Allen 2009.
Woody Allen finalmente è tornato in se stesso e ci ha regalato una pellicola sullo stile di Harry ti presento Sally, Pallottole su Broadway, Criminali da strapazzo.
La trama è un pretesto per liberare il sarcasmo cinico del protagonista - alter ego del director(Larry David): un eccentrico professore di fisica newyorchese (sì, tranquilli, è ambientato a New York) si sposa con un'improbabile teenager texana scappata di casa (Evan Rachel Wood). La vita della coppia scorre a suon di frecciate al veleno contro i pregiudizi dell'America delle provincie, finchè i genitori della ragazza bussano alla porta dell'appartamento di Brooklyn in cui vivono i due per riportare la figlia a casa.
La travolgente vita newyorchese (iniziate ad organizzarvi per il passaporto elettronico) libera la vacillante "American happy couple" dai clichés imposti dal perbenismo texano. Lei (Patricia Clarckson) scopre una vena artistica sopita ed un'inclinazione alla bigamia e lui (Ed Begley jr) capisce dopo anni il motivo della sua passione adolescenziale per gli sport di squadra: la doccia nello spogliatoio con i compagni di squadra.
Canovaccio per veri Alleniani insomma, zeppo di quelle battute atee, anticon ed antidem allo stesso tempo, qualunquiste e radicali, per cui personalmente da anni rido come una scema sentendole. Dopo la passabile saga londinese (Matchpoint, Scoop) e lo pseudo Almodovar del 2008 (Vicky, Cristina, Barcelona mi aveva abbastanza disorientata), dopo un anno e mezzo di recessione e crisi sui mercati finanziari, di congiunture economiche pessime e ricapitalizzazioni bancarie, questo film rappresenta la frontiera perduta dell'investimento nel titolo privo di rischio! Non indugiate, dunque, a posizionare i vostri otto euro "long" su questo film: il ritorno sull'investimento a fine proiezione farebbe impallidire di vergogna qualunque gestore di fondi.
Si esce infatti dalla sala con un fantastico senso di allegria addosso. Come aver comprato un paio di orecchini vistosi.

lunedì 5 ottobre 2009

Diari cinematografici

La vita reale è un casino per una reporter mancata che cerca di trovarsi a proprio agio nella stretta casella del metro-boulot-dodo versione milanese (che in realtà è uguale in tutto il globo ma dirlo alla parigina è by definition più chic).
In mancanza della possibilità di vivere viaggiando con un zaino ed una macchina fotografica, negli anni ho mandato giù il boccone amaro e mi sono messa a seguire il consiglio di John Lennon. Mind Gaming.
E' in una seduta fantastica di mind gaming, in un ufficio grigissimo di una noiosissima banca d'affari che un anno fa è nato questo blog.
Ed è in un pomeriggio piovosissimo che ho realizzato che, mind gaming, molto spesso il mio aereo è una sala cinematografica milanese: mi allaccio cinture invisibili seduta sulle poltrone bordeaux e viaggio attraverso le immagine di una bella pellicola.
Quindi perchè non raccontarlo, in attesa di trovare finalmente il sistema di essere una reporter (o meno poeticamente i soldi ed il coraggio per farlo).
Diari cinematografici è dedicato a C, che come me è uno incazzato nero ed ama il cinema. Nel senso che quando gli pare esce, va al botteghino e vede il film. Senza trasformarlo in un ennesimo rito sociale solo perchè qualche rompipalle un giorno ha deciso che al cinema si deve andare solo ed esclusivamente con qualcuno se no sei da assstente sociale.
Buona lettura, buona visione, merry mind gaming.